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L'Approfondimento
di Michele Governatori
Michele Governatori è autore di Derrick Energia, un canale informativo su energia e ambiente sull’omonimo blog e su Radio Radicale.

Fa bene alla competitività europea anticipare restrizioni ambientali rispetto al resto del mondo? Il caso della carbon tax di frontiera che partirà tra pochi anni

Probabilmente solo una situazione estrema come il Covid poteva rendere possibile la costituzione di un bilancio europeo con tasse proprie e non solo trasferimenti dai paesi membri. Tra queste possibili tasse, la Commissione sta sviluppando un meccanismo di carbon tax alle frontiere UE (Carbon Border Adjustment Mechanism) che era già nel 2019 tra le proposte dell’allora solo candidata presidente della Commissione Von Der Leyen.

Cos’è la carbon tax alla frontiera che la Commissione UE sta per applicare?

È una tassa sui beni importati commisurata alle emissioni di gas-serra legate alla loro produzione o consumo. La sua introduzione mira a risolvere un effetto collaterale della politica di disincentivo alle emissioni-serra attiva in Europa da ormai quindici anni, l’Emission Trading System (ETS), che prevede che in alcuni settori rilevanti le aziende possano emettere gas-serra solo a fronte di permessi per una pari quantità. Questi permessi vengono inizialmente distribuiti perlopiù all’asta dalle autorità e possono poi essere scambiati su un mercato apposito, in modo che il loro prezzo finisca per indicare il costo unitario che l’economia sostiene per ridurre le emissioni.

Il fine dell’ETS è quindi “internalizzare”, come dicono gli economisti, il costo sociale del danno legato alle emissioni, rendendole più costose, e così introducendo un vantaggio per i processi produttivi con minori emissioni. Il guaio, o presunto guaio, è che, siccome l’UE si è mossa prima di molti altri Paesi in questo processo di responsabilizzazione, un modo per eluderlo è semplicemente spostare i processi produttivi dannosi fuori dai confini comunitari. Un fenomeno chiamato in gergo carbon leakage (letteralmente: fuga di carbonio).

Dobbiamo proteggerci dal carbon leakage?

Rischi di elusione simili al carbon leakage si associano, in un mondo con commercio globalizzato, a quasi tutte le norme mirate alla tutela della qualità della vita e che impattano sulle attività economiche, anche fuori dal campo ambientale. Sicurezza dei prodotti o diritti dei lavoratori impiegati nella manifattura sono esempi di obiettivi che i Paesi più avanzati traducono in norme restrittive e onerose per le proprie imprese, ma eludibili per chi opera al difuori. Da cui il cosiddetto dumping sociale (esempi molto immaginifici sono le scarpe da ginnastica prodotte dai bambini o le monocolture che danneggiano i Paesi esportatori).

Questo potrebbe significare che il commercio globale in un mondo senza regole omogenee vanifica gli sforzi di progresso dei Paesi virtuosi causando loro danni economici e sfruttando i paesi meno sviluppati. È così?

Secondo alcuni economisti, no. I più ottimisti, che si rifanno per esempio alle teorie di Simon Kuznets, ritengono che lo sviluppo generato dalle esportazioni dei paesi “canaglia” (quelli che praticano il dumping sociale o ecologico) finisca per indurre migliori condizioni e regole anche in quegli stessi paesi. In modo complementare, Michael Porter negli anni ’90 ha sostenuto che presso i Paesi virtuosi (quelli che introducono per primi le norme di tutela) l’effetto finale è quello di rafforzare, e non indebolire, le proprie aziende, che sono costrette a innovare e per questo restano competitive nei mercati internazionali.

Non è detto quindi che un protezionismo europeo, sebbene basato su ottime ragioni, sia una strada vincente. D’altra parte ogni protezionismo ha ottime ragioni dal punto di vista di chi lo propugna, e una forma equilibrata di aggiustamento ecologico di frontiera è probabilmente utile nel breve periodo. Lo è soprattutto per:

  • sostituire le soluzioni oggi adottate per ridurre il carbon leakage legato al controllo europeo delle emissioni (tra cui l’assegnazione di permessi a emettere gratuiti in favore dei settori più soggetti a concorrenza internazionale) che hanno anche reso meno efficace l’intero sistema di controllo delle emissioni;
  • trovare un po’ dei soldi necessari ai programmi di aiuto europei post Covid;
  • rendere più accettabile il rafforzamento delle politiche climatiche interne;
  • esercitare pressioni affinché altri Paesi adottino simili politiche.

Perché ciò avvenga sono decisive le caratteristiche del sistema su cui la Commissione si è consultata con cittadini ed esperti. Tra queste, la possibilità di discriminare in modo favorevole i Paesi che adottano politiche climatiche virtuose, sulla base di sistemi di audit ecologico dei processi produttivi per calcolare in modo standardizzato il contenuto carbonioso dei prodotti. Caratteristiche compatibili con le regole del commercio internazionale purché negli ambiti previsti dal WTO, che prevedono per scopi sociali e ambientali limitate eccezioni alla regola generale del libero commercio e della non discriminazione.

Occhio ai dettagli

Ci sarà dunque molto lavoro per avvocati e diplomazia, ma anche la definizione dei dettagli più tecnici sarà insidiosa e non potrà contare su grandi esempi al mondo cui ispirarsi (un caso interessante è in California, ma riguarda solo gli scambi di elettricità e ha dimostrato di essere in parte eludibile).

Un eccesso di complessità e burocrazia potrebbe essere causa di insuccesso. Forse per questo la prima versione proposta dalla Commissione si applicherà solo ai prodotti più carbon-intensive (cemento, acciaio, alluminio, fertilizzanti ed elettricità), avrà un’aliquota collegata ai permessi ETS e si baserà su dichiarazioni di contenuto carbonioso che dovranno arrivare da parte degli esportatori già prima del 2025, anno di partenza effettiva del meccanismo.

Ma alla fine sarà la valenza politica di questa carbon tax di frontiera l’elemento probabilmente decisivo: conviene augurarci che l’Europa riesca a presentarla non come la protezione di un’economia interna che non regge alle sue stesse ambizioni ecologiche, bensì come la spinta affinché simili regole vengano applicate presto anche altrove.

 

Per saperne di più: la pagina sul CBAM della Commissione Europea.

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