L'Approfondimento
di Michele Governatori
Michele Governatori è autore di Derrick Energia, un canale informativo su energia e ambiente sull’omonimo blog e su Radio Radicale.

Lo shock dei prezzi e le reazioni politiche (Seconda Parte)

Ne abbiamo già parlato in questa rubrica il mese scorso, ma il tema ha tutt’altro che perso attualità.

Sembra che i prezzi alti dell’energia, oltre che preoccupare come è normale tutti i suoi consumatori, stiano anche liberando un po’ di riflessi condizionati che io trovo più preoccupanti del problema di partenza. Vediamone due:

  • Il sogno dell’autarchia energetica: di colpo sembra che l’integrazione dei mercati sia un male. Sento preconizzare lo sviluppo di gas nazionale (quantitativamente irrilevante rispetto alla formazione del prezzo) come panacea, o il “nucleare pulito” in Italia che secondo i suoi supporter è lì pronto ed economico ma inutilizzato per masochismo. Perfino l’ultima relazione di adeguatezza di Terna suggerisce che la capacità di interconnessione è un problema di sicurezza (ma non abbiamo fatto di tutto per aumentarla con nuovi interconnector merchant e non, ritenendo che un mercato più integrato sia anche più economico e sicuro? E non è proprio grazie all’interconnessione che abbiamo per decenni fatto gioco di squadra con la Francia importando energia nucleare di notte per stoccarla grazie ai bacini idroelettrici italiani?)
  • La scomparsa del vincolo di bilancio pubblico: come ha (credo saggiamente) riferito il ministro Cingolani in Parlamento il 19 gennaio, forse dovremmo porre un argine all’idea che di colpo possiamo fiscalizzare le bollette di privati e aziende. Per non offendere nessuno mi ci metto io: qualcuno dei gentili lettori è forse contento di pagarmi uno sconto su gas e elettricità, tenendo conto che – pur non ricco – ai numi piacendo io non sono un “povero energetico”? Forse non è così sensato pagare gli aumenti con le tasse in modo indiscriminato, no?

Le bollette alte non hanno lo stesso effetto per tutti. Dipende dalle strategie di approvvigionamento, dal pricing che viene scelto, dagli investimenti in efficienza energetica.

Per esempio: un’azienda energivora che non possa passare i costi dell’energia sul proprio prodotto rischia il fallimento. Ma il più delle volte non è così: i prodotti ad alto contenuto di energia vedono un processo inflativo nei prezzi, e un energivoro più efficiente rispetto alla concorrenza potrebbe aumentare, non ridurre, i suoi margini con la salita dei prezzi energia. Ma di nuovo: se il nostro energivoro è soggetto a concorrenza internazionale, magari in Europa dove i prezzi sono comunque alti ma altri paesi danno aiuti di stato generosi sulle bollette, è evidente essere esposti a un prezzo di mercato può essere esiziale. Per questo trovo che l’integrazione dei mercati europei funzioni poco se non si integrano anche tutte le politiche che vi interagiscono, comprese quelle fiscali. Altroché autarchia, quindi: qui secondo me bisogna integrare le politiche, anzitutto quelle europee.

Rispetto al rischio puramente finanziario (non economico) della volatilità si possono mettere in atto strategie? Certo che sì: si può bloccare il prezzo rinunciando a rischi e opportunità delle sue fluttuazioni. Lo si può fare con strumenti di pricing anche complessi che i migliori fornitori sono in grado di offrire sulla base dell’esposizione dei clienti (che non è uguale per tutti in termini di qualità e quantità).

E infine, torniamo ai consumatori domestici: non sarebbe il caso, come avvenne negli shock petroliferi del secolo scorso, di mettere in campo strumenti di sensibilizzazione sia contingenti sia strutturali all’efficienza e perfino al risparmio energetico? Il presidente dell’Autorità per l’energia, forse un po’ troppo timidamente, l’ha fatto notare.

Come mai non stiamo assistendo a campagne per aiutare i consumatori a conoscere il loro prezzo anche prima che arrivi la bolletta a consuntivo, per incentivarlo a risparmiare quel che è possibile prendendo decisioni di consumo consapevoli? E per quanto riguarda le famiglie in difficoltà: bene aiutarle, ma non con un prezzo politico dell’energia, bensì con un trasferimento economico che permetta loro di assorbire il maggior costo, ma anche di usarlo per efficientarsi in risposta ai prezzi alti.

Già ce lo chiedevamo l’altra volta: chi sono i “cattivoni” che guadagnano con i prezzi alti?

Dipende dal portafoglio e dalle strategie di approvvigionamento e vendita. Per esempio: un produttore da fonti rinnovabili ha oggi extraprofitti se gode di incentivi di vecchio tipo come il conto energia, ma non se ha partecipato alle nuove “aste FER” che prevedono la restituzione dei ricavi superiori a un prezzo-obiettivo.

Un grossista ha conseguenze sul suo margine che dipendono dal pricing del suo portafoglio: se compra spot e vende a prezzo fisso altroché extraprofitti: rischia il fallimento. Un produttore termoelettrico ha margini che dipendono dal fatto che partecipi o no al capacity market, e dall’indicizzazione dei suoi acquisti di combustibile.

È certo che alla fine tutti noi consumatori pagheremo per un po’ cara l’energia e il contenuto di energia nei prodotti finiti. Ma che questo sia un fenomeno da caricare necessariamente sul debito pubblico, o di cui cercare capri espiatori in intere categorie, anche no, grazie.

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